La magia di una ciminiera
Del lavoro ne ho avuto sempre un ricordo vivo , e continuamente alimentato dalle vicende che avrebbero coinvolto babbo e mamma.
Babbo lavorava in una fabbrica. Prima per la verità insegnava chimica in un istituto professionale, ma poi il mito della modernizzazione, del progresso, chissà di un nuovo lavoro più sicuro, più stimolante, deve averlo convinto a farsi dettare i tempi della vita da una ciminiera.
Faceva i turni, perché la fabbrica non si può fermare, non si doveva fermare. La mattina, se attaccava alle sei, veniva svegliato dal telefono. La sera prima chiamavo io, "vorrei la sveglia alle 5 e mezzo". Mi piaceva questo fatto che tu dicevi al telefono svegliami, e lui puntuale ti svegliava. Questo costringeva babbo a farsi tutto un andito lungo lungo per andare a rispondere e iniziare la sua giornata. Chissà quante volte deve averlo maledetto quel suono. Anche il telefono, a pensarci ora non doveva apparire molto simpatico, panciuto e grigio, magari come qualche direttore che poco dopo avrebbe incontrato in fabbrica.
Ogni volta che lo vedevo andare a lavoro mi chiedevo che cosa avrebbe fatto una volta lì dentro. La fabbrica era proprio all'ingresso del paese. Lo è ancora anche se le vicende che son seguite, adesso la fanno sembrare un monumento all'idiozia, un mito che ha disilluso e che continua ad illudere tante famiglie.
Ogni volta che ci passavo davanti ne rimanevo rapito, tutti quei tubi, quei camini, le ciminiere più alte, gli omini che passavano con la tuta blu e il casco bianco, il fumo, mi affascinavano, come se oltre quei cancelli si facessero cose grandiose. Quanto mi piaceva l'idea di poter entrare e vedere il laboratorio di babbo e le strane alchimie che avrebbero prodotto poi il magnesio. Ma ovviamente non era possibile.
Babbo una mattina chiamò me e mio fratellino nel terrazzino. C'erano due seggioline di legno e paglia allineate davanti ad un tavolino. Erano i nostri posti in prima fila per vedere il suo lavoro. Aveva portato a casa ampolline, polverine, un fornellino, delle provette e delle strane cose di vetro con strani becchi che sembravano uccelli. Io e mio fratello eravamo tutti eccitati, finalmente avremmo capito qualche cosa di quel lavoro. Avremmo capito meglio il perché certe notti, fosse anche quella di Natale, di capodanno, di Pasqua, lui alle dieci sarebbe dovuto andare in fabbrica. Certo continuavamo a vederla storta sta cosa ma almeno avremo saputo cosa babbo faceva.
Cominciò a mettere le polverine nelle provette ad aggiungere liquidi di qua e di là. E fu come una magia. Quello che era bianco , diventava giallo e poi rosso, verde, blu. Passava da un colore all'altro dicendoci quale avremo visto da li a poco. "Ed ora lo facciamo diventare giallo!!" Noi ad ogni cambio applaudivamo increduli gridando quale colore volevamo rivedere. E lui come un mago ci accontentava. C'era di che essere davvero orgogliosi di avere un babbo così.
Avevamo capito tutto, ormai non c'era più alcun dubbio. Dentro quella fabbrica si facevano cose davvero meravigliose. E' vero a volte lui tornava la sera che noi eravamo già a letto, a volte non ci avrebbe portato lui a letto, a volte la mattina bisognava fare silenzio silenzio perché era rientrato dal turno di notte. Ma il pensiero di quella magia ci consolava. Sapere che ogni giorno babbo ne avrebbe fatta una.
Con la scuola, poi la convinzione che la fabbrica fosse tutta questa meraviglia incominciò ad essere minata. E dentro la classe si rispecchiava quello che succedeva e sarebbe successo in paese.
La fabbrica non era ben vista, tranne da quelli che ci lavoravano. Ed ovviamente io mi schieravo con loro.
Ero pronto a giustificare tutto; l'inquinamento, la posizione della fabbrica, così brutta proprio all'ingresso de paese, semplicemente perché ci lavorava mio babbo. E le discussioni con i miei compagnetti erano figlie di quelle che ognuno di noi sentiva a casa propria.
Io dovevo saperne qualcosa di più e quindi, dando per assodato che lì dentro si facevano delle gran belle magie, scoprii che si prendeva dal materiale da una cava, che si usava l'acqua del mare, che c'erano degli enormi nastri trasportatori e degli altiforni giganteschi. Tutto per del magnesio. Per della polvere di magnesio. Certo a volte le proporzioni non mi sembravano rispettate. Ma sarei stato pronto a giustificare anche quelle.
Il rientro da lavoro di babbo era sempre una piccola festa, specie da quando gli davano il pranzo al sacco. E già li avevo fantasticato su chissà quali gite si potevano fare con quei sacchi con il mangiare bello che pronto.
Dentro ogni busta di plastica bianca c'era sempre una rosetta, degli insaccati sotto vuoto, una birra e della nutella. Ovviamente questa diventava l'oggetto quotidiano delle guerriglie casalinghe con mio fratello. Una volta mangiai della mortadella, stetti così male che sarebbero passati dieci anni perché ne riassaggiassi ancora.
Un bel giorno babbo mi spiegò che per un po' non sarebbe andato a lavorare. Era stato messo in cassa integrazione. Un'altra bella parola davvero che alle mie orecchie suonava cassintegrazione. Certo sarebbero stati ancora lontani i tempi in cui dai libri avrei capito che cassintegrazione era cassa integrazione, di sicuro vedevo che babbo non andava a lavorare e questo non gli dava molta soddisfazione. Questo nei libri non l'avrei trovato scritto.
Per fortuna babbo non è mai stato uno che si perde d'animo, nemmeno quando la cassintegrazione cominciò ad intervallare la sua vita lavorativa come la pubblicità fa con i film.
Ci avrebbe accudito in tutto ed in casa era come avere un maggiordomo. Non che venissimo serviti, anzi, ma rende l'idea di tutto quello che faceva.
La cassintegrazione in qualche modo investì anche noi. Ci avevano spiegato tutto, anche che con l'avvicinarsi del Natale Gesù Bambino non sarebbe stato generoso come gli altri anni. Mannaggia questo era proprio duro da mandar giù. Poi il Natale arrivava e Gesù Bambino, nonostante tutto, ci aveva visitato e lasciato lo stesso dei bei regali. In più babbo non ci avrebbe salutato alle dieci per andare a fare il turno. Avremo aspettato la mezzanotte tutti insieme. Tutto sommato questa cassintegrazione ti faceva anche dei gran bei favori.
Mamma invece lavorava in una esattoria. Altra parola che vai a sapere che cosa voleva dire davvero. Aveva cominciato a diciassette anni. Lei avrebbe voluto continuare a studiare e di sicuro si sarebbe tolta delle soddisfazioni, ma in famiglia non c'era spazio per troppi figli studenti, per cui….
L'esattoria era al centro del paese, proprio sotto il viale alberato pieno di negozi, con il cinema e la panetteria vicino. A volte andavo a trovarla con il sacchetto di grissini ancora caldi da sgranocchiare in fretta in fretta. Il portoncino di ingresso era grigio e dovevi fare una rampa di scale stretta e ripida per salire dove c'era l'ufficio. Un unico stanzone con un enorme bancone di legno e dietro tutte le scrivanie piene di carte, cartelle e timbri. Quelli si che mi piacevano. Chissà che soddisfazione doveva dare intingerli nell'inchiostro e dare delle gran botte sui fogli. Non era come le magie di babbo ma doveva essere un bel divertimento lo stesso.
L'ufficio era male illuminato, ricordo che da una finestra filtrava della luce e creava quei fasci dove ci vedi attraverso tutte quelle cosine che galleggiavano come dentro ad un acquario.
Al centro dell'ufficio c'era il signor S. un uomo di mezza età, calvo e dall'aspetto severissimo.
Mamma mi raccontava spesso di quanto il signor S. fosse intransigente, di come trattava male sempre tutti, di come non ammetteva nessun tipo di errore.
Se ripenso ai miei diciassette anni, a come ero ancora lontano dal lavoro, immerso ed impegnato solo dalla scuola, dallo sport, dalla musica, dalle ragazze, mi sembra ancora più duro quello che deve avere affrontato mamma. A quanto deve essere stata forte. A quanto deve essere cresciuta in fretta senza troppe sfumature dall'essere ragazzina con la voglia di studiare ad una con delle responsabilità di un lavoro difficile.
Il signor S. mi incuteva sempre un po' di paura. Una mattina che andai a trovare mamma in ufficio mi disse "uno di questi giorni vieni con me la mattina presto in campagna a mangiare le arance", "io la mattina bevo il latte, dopo non si possono mangiare le arance", mi rispose "io dopo che bevo il latte mi mangio 2 limoni e tre arance". Mammamia era davvero cattivo. Addirittura mischiava il latte con i limoni. Nemmeno l'orco della fiaba di Pollicino era arrivato a tanto.
Ma il lavoro è cosa che non è raccontata nelle fiabe. E forse è anche una fortuna, è già abbastanza difficile avere a che fare con il lupo cattivo, il gatto e la volpe, e tutti quegli altri personaggi che poi tanto vengono sconfitti. Perché che fiaba sarebbe senza un lieto fine.
Già. Un lieto fine.