Dovevo avere otto o nove anni, quando per la prima volta nella mia vita
entrai in qualche modo in contatto con la politica.
Frequentavo le scuole elementari e come tutti i bambini della mia classe
dovevamo richiedere al comune del nostro paese un certificato, forse per
poter partecipare ai giochi della gioventù o chissà per cosa.
Non esisteva nessun computer che ti potesse fare un certificato in giornata,
andavi lì allo sportello chiedevi e dopo tre giorni passavi a ritirare
il tuo bel certificato pieno di bolli e marche. Avevo uno zio in politica.
Un fascista pieno delle sue idee fasciste con la sua faccia e il suo fisico
da fascista. A prima vista, oggi, chiunque gli darebbe del socialista, forse
per quella sua faccia tonda, grassa e unta, o per quel sorriso sempre stampato
in faccia pieno di superiorità e di scherno tipico di quest'altra
bella razza che da li a poco avrebbe riempito i nostri televisori con la
sua invadenza. Ma lui era un fascista e non mancava occasione che cogliesse
per parlare di politica o di promettere chissà cosa a chi, soprattutto
sotto ogni categoria di elezioni possibili e immaginabili.
Ricordo che una volta venne a casa con un registratore in mano. C'era registrato
un discorso di Almirante, ce lo fece ascoltare, sempre con quel suo bel sorrisetto
stampato in faccia. Non ricordo che cosa dicesse Almirante in quel registratore,
ricordo solo la sua faccia compiaciuta nel farcelo sentire.
Io e mio cugino, che allora sembrava essere ancora immune dall'influenza
fascista del padre, eravamo come fratelli. Stessa età, stessi gusti,
stessi vestiti, stesso modo di affrontare il mondo. Giocando o sognando nuovi
giochi. E tutti e due avevamo bisogno dello stesso identico certificato.
Sapevamo cosa si doveva fare. Andare in comune. Chiedere. E aspettare tre
giorni. Niente di più semplice. Già, niente di più semplice,
per tutti forse ma non per noi. Per noi era ancora più semplice.
Bastava avere, rispettivamente, uno zio ed un padre fascista. Tempo mezza
giornata il certificato era nelle nostre cartellette. Non avevamo bisogno
di niente, niente fila, niente bancone del comune che solo per parlare con
l'impiegato ti ci dovevi appendere e tirar su come una scimmia per quanto
era alto. Niente di tutto questo. Il consigliere comunale fascista aveva
il magico potere di farti avere subito e senza fatica quello che per tutti
i miei compagnetti di scuola, o chissà per il loro genitori doveva
essere uno bello sbattimento.
Rimanevo affascinato da questo potere, ottenuto chissà come e chissà da
cosa. Il potere delle scorciatoie. La prima volta mi era sembrata come una
specie di magia. Una cosa che secondo come mi ci sarei potuto pure vantare
per quanto mi sembrava esclusivo poterne usufruire. Immaginavo la fortuna
di mio zio e di mio cugino. Quante possibilità in più avevano
davanti. Infinite scorciatoie. Le file dal dottore, dal panettiere, al mercato,
doveva essere molto bello non farle. Per me la politica era questo; non fare
le file, andare oltre tutto ed oltre tutti. Ed allora mi sentivo rapito dal
poter aver avuto anche io la mia occasione di saltare tutto e tutti. Non
riuscivo a capire nient'altro se non questo della politica.
Era tutto lì semplice, lineare, senza distorsioni, senza file.