Il sito di Michele Ledda


Il carcere dell'anima


Avevo quasi 5 anni quando entrai in preventorio. Non ricordo esattamente le cause per le quali ci entrai, forse per prevenire qualche malattia ai polmoni. Ho solo ben presenti quali sono stati gli effetti.
Era molto presto la mattina quando mi ci portarono, il viaggio presumo mi deve essere apparso molto lungo, e forse l'impatto con il posto anche piacevole, pieno di piante e di siepi e di fiori. Non ricordo che cosa i miei genitori mi avevano detto per giustificare che, improvvisamente, si sarebbe spento l'interruttore della nostra quotidianità insieme. So solo che da li a qualche minuto non li avrei più visti se non a intervalli di settimane.

"Ora entra qui e aspetta, gioca con Paolo" Io ci avevo giocato con Paolo, aveva una macchinina di legno, bella, molto bella. Rimasi affascinato da quella macchinina a come le davi la carica, a come andava tranquilla e sicura di sé. Ad un certo punto ebbi la netta sensazione che i miei se ne erano andati, chissà quale mente d'alta pedagogia gli aveva consigliato di sparire così senza neanche salutarmi, forse per non rendere traumatico il distacco, forse per quale teoria del cazzo che è costato a mia madre un esaurimento nervoso e a me...

Piansi, piansi come se fossero morti. Perché ero lì solo, perché non c'era nessuno che fino alla sera prima mi aveva coccolato, perché non c'era nessuna faccia che io conoscessi, perché ero piccolo. Piccolo. Piccolo.
Paolo era più grande di me. Ed lì dentro essere più grandi non era solo una questione di altezza o di altre cose che i bambini misurano; essere più veloci essere più questo, essere più quest'altro. Avevamo delle divise. Come i militari. Esattamente come i militari. Io ero un carotino. Calzoncini corti, scarponcini, e maglioncino color carota. Eravamo praticamente i più piccoli, e c'erano delle gerarchie e andavano rispettate. Gli azzurrini erano davvero grandi, e davvero più cattivi. Una volta in bagno dopo pranzo mi volevano costringere a bere la loro pipì, altrimenti mi avrebbero picchiato. Io non la volevo bere la loro pipì.

Uno di questi stronzi per dimostrare di essere coraggioso, ne bevette un pochino. Poi voleva che io facessi lo stesso. Brutto stronzo. Mi misi a piangere e scappai. Da quella sera ogni notte che Cristo mandava in terra io facevo la pipì a letto. Per fortuna avevamo delle suore molto comprensive che capivano perfettamente la situazione in cui poteva trovarsi un bambino della mia età. Vecchia troia. Tutte le mattine le mie lenzuola venivano messe in terra. "Ecco anche stanotte ha piovuto". Che vergogna. Non credo che proverò più tanta vergogna come in quelle mattine. Non credo che odierò mai qualcuno come quella suora. E non sto parlando di un odio eufemistico. Sto parlando di ODIO.

In preventorio dopo qualche settimane ci finì anche mio fratellino. Più piccolo di me di quasi 4 anni. Stava in un caseggiato di fronte al mio. Molto lontano, troppo lontano. Talmente lontano che certe distanze, forse non si colmano mai più. Ricordo ancora molto bene quando ci facevano affacciare al balcone. Ricordo ancora la sua manina che mi salutava. Ricordo ancora che era mio fratello, porca puttana. Una volta entrò nel mio caseggiato accompagnato da un'infermiera, aveva una barbie in mano. E non mi aveva riconosciuto. Non ero un cazzo di nessuno per lui. Nessuno era un cazzo di nessuno per lui. Quando i miei genitori venivano a trovarci, lui dava schiaffi a mia madre. Ed erano schiaffi di accusa, di colpevolizzazione, di rabbia, di solitudine.

La domenica si sa è festa. Ci davano il gelato a pranzo e ci facevano vedere un film. Ci fosse mai stato il cioccolato nel gelato. Pistacchio e Crema. Crema e Pistacchio. Non li avrei più mangiati in vita mia. Non mangerò mai un gelato che non abbia il cioccolato.

Io non mi ricordo delle visite dei miei genitori. I ricordi che ho, sono i ricordi delle foto che mi hanno fatto. Ed in ogni foto avevo un regalo diverso. Mio nonno Mario ogni volta che veniva mi portava un giocattolo nuovo. Una palla. Una macchinina. Un cinturone con le pistole. Io ero contento, questo lo ricordo. Ma poi loro andavano via. E allora tutto ritornava squallido.

Nel dopocena le infermiere dovevano sorvegliarci, farci giocare. Avessi mai visto un po' di amore nei loro compiti. Io non mi sapevo allacciare le scarpe. O almeno non le allacciavo come una infermiera voleva che facessi. Vaffanculo io le scarpe me le allaccio come voglio io. Bene se non impari come dico io, dopo cena tu non vai a giocare. Va bene, non ci vado a giocare. Se fosse per te, brutta stronza non avrei mai potuto giocare. E le scarpe le allaccio ancora come allora. In tuo disonore.

Una mattina, venne una suora a dirmi, "ora ti facciamo delle visite, se tutto è a posto torni a casa". Forse non so come si prega o cosa si deve dire al di là delle formule che ci hanno insegnato quando si prega. So che quella mattina pregai. E non era un padrenostro o un avemaria che ti fanno dire per penitenza. Era un discorso tra me e Lui. Fammi tornare a casa. E Lui mi ha sentito. La visita andò bene. Puoi andare a casa M. Non so se proverò mai un senso di libertà così forte. Chissà, forse un innocente che viene scarcerato mi può capire.

M. cosa ne facciamo dei giocattoli? Li lascio qui per i bambini poveri. Non me ne fregava niente dei giocattoli, io volevo tornare a casa mia.
Era bella la mia casa. La casa più bella del mondo. Casa mia. Non c'era più un giocattolo a pagarlo e un pò mi pentii della mia generosità. Ma pazienza ero a casa.

Mio fratello non ebbe la mia fortuna, rimase lì un anno e mezzo.
Poi un giorno mamma e babbo andarono a prenderlo. La nostra cameretta era pulita, ripopolata di giocattoli. E io ero li ad aspettarlo. Giocammo tutto il pomeriggio con un enorme orsacchiotto rosso. Lo aprimmo, squarciammo finché il polistirolo non invase tutta la cameretta. Ridevamo. Ridevamo. Era bello vedere tutte quelle palline bianche che a poco a poco invadevano tutto l'ordine perfetto che avrebbe dovuto accoglierci.

Lo abbracciavo e lo baciavo. E non mi sentii mai più così unito a lui come quel giorno. Tutto quello che è seguito, forse non può prescindere dai quei giorni. Da quella tristezza, da quella rabbia.
Forse...

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